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The Lost Dinosaurs: un mondo “perduto” (si fa per dire)

in Animali|Cinema
The Lost Dinosaurs: un mondo “perduto” (si fa per dire) ultima modifica: 2014-08-10T08:42:04+00:00 da Emanuel Trotto
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locandinalostdinosaursIl fatto

Una spedizione esplorativa viene mandata nel cuore dell’Africa Nera alla ricerca della creatura Mokele Mbebe, in seguito a numerose segnalazioni degli indigeni e riprese che testimoniano l’avvistamento. Troveranno un habitat incontaminato dove sopravvivono ancora dei dinosauri da 65 milioni di anni.

 Il commento

Per poter parlare di questo film bisogna mettere in campo tre termini: la criptozoologia, una branca della zoologia che si occupa dello studio di specie animali la cui esistenza è semplicemente supposta (Yeti, Mostro di Loch Ness), oppure di creature la cui estinzione non risulta certa (la tigre della Tasmania);   mondo perduto, un genere letterario sorto tra Otto e Novecento che tratta la scoperta di un luogo rimasto incontaminato nel corso di milioni di anni, che  ha influenzato pure il cinema con centinaia di titoli (da The Lost World nel 1925 a King Kong nel 2005);  foud footage, termine che  descrive film realizzati parzialmente o interamente con del materiale preesistente, successivamente prelevato, recuperato e montato in un nuovo contesto. Spesso questo genere viene erroneamente definiti P.O.V  – lett. Point of View riferito al cinema porno – in quanto sono realizzati in presa diretta e il punto di vista è quello del protagonista o comunque di chi tiene la videocamera in mano. Questo tipo di film, spesso spacciato per documentario o riprese verosimili, ha avuto successo  a partire dal 2001 con l’uscita del film Blair Witch Project, che faceva credere allo spettatore che il materiale del film fosse del reale materiale audiovisivo appartenuto a dei ragazzi realmente scomparsi. Il film ovviamente era un falso ma fu accompagnato da una intelligente e convincente campagna di marketing.

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Date le premesse parliamo di The Lost Dinosaurs, film del 2012 scritto e diretto da Sid Bennet che tratta di una ricerca esplorativa di una troupe televsiva nelle foreste del Congo per trovare la mitica creatura Mokele Mbebe (il Mostro di Loch Ness africano). Ovviamente quello che vediamo nel corso del film sono il rimontaggio delle riprese filmate dai vari apparecchi in loro possesso. Oltre al mostro si scopre letteralmente una zona non segnata dalle mappe in cui sopravvivono e si sono evoluti dei dinosauri. Come da copione gli umani faranno tutti una fine grama e il video è la testimonianza di quanto è successo. Questa sintesi delle premesse suggerisce un materiale di partenza assolutamente ricco e ispirato e stimola parecchio l’appetito a chi ama il cinema, ed è cresciuto con il dittico preistorico di Spielberg. Tutto però va a cozzare con una messinscena ridicola, personaggi stereotipati, recitazione di serie Z , dove si dà più spazio a uno squallido conflitto padre-figlio che al reale motivo di interesse del film, ovvero i dinosauri e la cripto-creatura, che si vedono poco e anche male.

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Ciò comunque non toglie per niente fascino all’ assunto iniziale. Ovvero alla possibilità seppur flebile che creature scampate all’estinzione si possano trovare in un qualche angolo sperduto del globo, luoghi mai raggiunti e non segnati, fatti di grandi cascate e gole mozzafiato. Questo potrebbe aprire una affascinante parentesi sulle esplorazioni dell’Africa: infatti la zona Sub-Sahariana è stata esplorata a partire dal 1769 con James Bruce, per poi continuare pressoché fino agli inizi del XX secolo con le scoperte delle grandi Cascate Vittoria e dei  Grandi Laghi, con l’imperversare del colonialismo. Ciò ha lasciato ben pochi spazi bianchi sulla cartina fino alla metà del XVIII secolo praticamente vergine. E il fatto che in un film si sostenga dell’esistenza di una “zona bianca” nell’era dei satelliti che vedono e fotografano tutto, ha comunque il suo peso. Anche la così detta “sospensione dell’incredulità” riesce a reggere.

Ed è questo volo pindarico della fantasia che il film dovrebbe non soltanto suggerire ma sviluppare e far crescere nel corso della visione dell’ora e venti scarsa ai quali è stato ridotto il – presunto- materiale d’origine di cento ore (!!). E il film riesce ad annientare il fascino infantile per i dinosauri, facendo intravedere, quelli che tutti adorano, i tirannosauri e i diplodochi solo alla fine, con le finto riprese sfuocate, mosse, frettolose di tornare sui volti degli inespressivi e fastidiosi protagonisti umani, sperando che i “dinosauri perduti” se li siano divorati per davvero.

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Scheda film 

Titolo originale : The Dinosaur Project

Regia: Sid Bennet

Soggetto: Sid Bennet

Sceneggiatura: Sid Bennet, Tom Pridham

Anno di produzione: Gran Bretagna 2012

Interpreti:  Richard Dillane (Johnatan Marchant), Matt Kane (Luke Marchant), Peter Brooke  (Charlie Rutherford), Natasha Loring (Liz Draper), Stephen Jannings (Dave Moore), Abena Ayvor (Amara)

Durata: 83’

Tema: ANIMALI

Trailer

The Lost Dinosaurs: un mondo “perduto” (si fa per dire) ultima modifica: 2014-08-10T08:42:04+00:00 da Emanuel Trotto
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The Lost Dinosaurs: un mondo “perduto” (si fa per dire) ultima modifica: 2014-08-10T08:42:04+00:00 da Emanuel Trotto

Nato a Biella nel 1989, si è laureato in Storia del Cinema presso il DAMS di Torino nel 2012, ha partecipato alla rassegna stampa per l’Università al 29, 30, 31mo Torino Film Festival e ha collaborato per il Festival CinemAmbiente 2014. Collabora per diversi blog di cinema e free culture (Il superstite) e associazioni artistiche (Metropolis). Ha diretto due cortometraggi: E Dio creò le mutande (2011), All’ombra delle foglie (2012).

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