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Land grabbing: una piaga da combattere ora!

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Land grabbing: una piaga da combattere ora! ultima modifica: 2014-06-13T08:30:50+00:00 da Annalisa Audino
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Sempre più spesso si sente parlare di Land grabbing: a partire dalla crisi alimentare e finanziaria del 2007, infatti, i paesi economicamente più ricchi che non dispongono di spazi sufficienti per garantire la sicurezza alimentare ai propri abitanti, hanno cominciato ad acquistare ed affittare enormi quantità di terra nelle nazioni africane o sudamericane. Anche le grandi multinazionali dell’agrobusiness, interessate a creare sterminate piantagioni per la produzione di biocarburanti, ed alcune società finanziarie stanno facendo lo stesso per garantirsi ricavi sempre più alti e sicuri.

Questa folle corsa all’appropriazione di terreni agricoli è un fenomeno internazionale e nasconde una forma insidiosa di sfruttamento che rischia di instaurare un nuovo colonialismo.

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La stima più completa della scala degli investimenti in accaparramento di terreni è stata pubblicata a settembre 2010 dalla Banca Mondiale: lo studio mostra che, nel solo periodo da ottobre 2008 ad agosto 2009, sono state dichiarate acquisizioni di terreni agricoli per un’estensione di 46 milioni di ettari, due terzi dei quali ubicati nell’Africa subsahariana. Inoltre, delle 464 acquisizioni esaminate dalla Banca Mondiale, solo 203 riportavano l’estensione dei terreni acquisiti: ciò implicherebbe una drastica sottostima della reale estensione coperta da tali acquisizioni, che potrebbe essere il doppio dei 46 milioni di ettari stimati. Uno studio successivo, basato sui dati forniti in aprile 2011 a un congresso internazionale convocato dalla Land Deal Politics Initiative, ha valutato che gli accordi territoriali rappresentano 80 milioni di ettari. Tali accordi di acquisizione territoriale riguardano lotti di terre con estensioni medie pari a 40.000 ettari; il 37% delle superfici interessate è dedicata a colture alimentari, mentre il 21% è destinato a colture commerciali (cash crops) e il 21% alla produzione di biocarburanti.

L’allarme si alza quindi ormai univoco da ogni parte del globo, specie dai paesi del Sud del mondo, dove ricade il 70% di acquisizioni di terre, concentrate nell’Africa subsahariana. Altre aree di notevole interesse sono il Sudest asiatico e l’America latina.

Le ultime grida d’aiuto, infatti, sono arrivate proprio dalla Sierra Norte di Puebla, in Messico. La situazione sta progressivamente peggiorando e la repressione violenta che sta nascendo sui territori è preoccupante.

Nelle ultime settimane – racconta Leonardo Durán Olguín, coordinatore del Presidio del miele di ape nativa si sono moltiplicati gli interventi delle autorità contro i rappresentanti di alcune comunità indigene che protestavano contro i progetti di sfruttamento delle risorse che stanno minacciando tutta l’area. Dal 2007 a oggi, solamente nella Sierra Norte, sono stati ceduti a prezzi stracciati i diritti su circa 120.000 ettari di terre “.

Gli Stati di Puebla e Morelos stanno vendendo a grandi imprese straniere, ma anche messicane, decine di concessioni per scavare miniere di oro e di argento, costruire gigantesche centrali idroelettriche, estrarre gas e petrolio con la controversa tecnica del fracking. Accanto ai siti di estrazione, crescono anche le infrastrutture con il conseguente alto impatto ambientale di strade, acquedotti e gasdotti.

Dall’altra parte del mondo, in Cambogia, invece, cercano aiuto quasi un milione di persone. Circa 2 milioni di ettari sono stati dati a società agroalimentari a scopi commerciali: oltre al danno ambientale, le vittime dell’accaparramento indiscriminato delle terre (si parla di circa 770.000 persone) devono affrontare la perdita delle proprie case e dei boschi comunitari e vivere in condizioni precarie.

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I dati di questa piaga internazionale sono stati raccolti in un rapporto dall’Associazione cambogiana per lo sviluppo e i diritti umani (Adhoc), diffuso a Phnom Penh. Secondo Adhoc «La certezza del diritto non esiste in Cambogia ed è probabile che gli interessi dei potenti prevarranno sui diritti delle persone. I cambogiani hanno ancora poca protezione contro i sistemi giudiziari governativi, arbitrari e corrotti. La promessa del Governo di garantire realmente la sicurezza delle terre ai più poveri e vulnerabili e dare a queste persone rimedi efficaci contro le violazioni dei diritti della terra resta incerta».

Qualche Paese ha però cominciato a reagire: dal 2010, ad esempio, il Brasile ha rafforzato, in senso restrittivo, una legge già esistente che limitava l’estensione dei terreni coltivabili acquisibili in locazione da soggetti stranieri, bloccando una larga quota di acquisti di terra da parte di forestieri. In Argentina, da settembre 2011, è stato presentato, per la discussione in parlamento, un disegno di legge che restringerebbe a 1000 ettari l’estensione massima dei lotti di terra alienabili a stranieri.

Ma ovviamente non basta e sempre più si moltiplicano le richieste di aiuto e le conseguenti campagne informative. Tra queste vi rimandiamo a quella dell’Oxfam, che chiede un’azione forte e di dimensione globale affinchè i governi garantiscano l’accesso alle terre ai piccoli produttori, in particolare le donne, affinchè rivalutino le strategie biodiesel e affinchè investano prendendo in considerazione non solo i profitti a breve termine ma anche e soprattutto le comunità marginalizzate.

Se foste interessati a condividere queste idee potete partecipare al movimento e firmare il manifesto di COLTIVA.

Tra le grandi multinazionali, PepsiCo, la seconda più grande azienda di food & beverage al mondo, il 18 marzo scorso si è impegnata in prima persona per tentare di fermare il processo. Oltre 272.000 consumatori hanno firmato il suo appello e preso parte a iniziative organizzate dalla campagna “Scopri il marchio” volta a convincere i colossi dell’alimentare a rispettare i diritti sulla terra delle comunità locali. La PepsiCo ha intenzione di fare valutazioni sociali e ambientali lungo tutta la sua filiera produttiva in Brasile (principale fornitore di zucchero dell’azienda) entro la fine del 2014, per poi proseguire con Messico, Tailandia e Filippine.

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L’impegno di PepsiCo arriva dopo quello di Coca-Cola Company del novembre 2013. L’altra azienda target della campagna, Associated British Food (ABF) ha di recente adottato politiche che prescrivono la necessità di ottenere un consenso libero, preventivo e informato delle comunità coinvolte in operazioni di compravendita della terra. Oxfam è in costante contatto con ABF e la controllata Illovo (il più grande produttore di zucchero in Africa) per assicurarsi che queste politiche vengano attuate.

Land grabbing: una piaga da combattere ora! ultima modifica: 2014-06-13T08:30:50+00:00 da Annalisa Audino
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Land grabbing: una piaga da combattere ora! ultima modifica: 2014-06-13T08:30:50+00:00 da Annalisa Audino

Laureata in Culture Moderne Comparate e giornalista pubblicista, legge, scrive, ama le passeggiate in montagna, ma anche andare in moto. Visita mostre, ascolta musica e non ne ha mai abbastanza di imparare. Adora le cose fatte in casa e cerca di vivere in modo sostenibile. Attualmente è impiegata presso l'Ufficio Comunicazione di Slow Food.

1 Commento

  1. […] Iniziamo con il riso. Dal sito di Coldiretti si apprende che nel solo 2014 si è avuta una riduzione di 15 mila ettari di risaie pari al 22 per cento di produzione in meno sostituita al consumo dall’importazione di riso dalla Cambogia. Causa della riduzione l’azzeramento dei dazi dovuto all’accordo denominato Everythings but arms (Tutto tranne le armi) che ha incentivato l’inserimento di multinazionali in nazioni più povere, nelle quali hanno potuto fare incetta di terreni, coltivati poi senza tutele sul lavoro e con l’utilizzo di prodotti chimici vietati de decenni nelle nostre campagne, fenomeno di cui abbiamo già parlato anche noi. […]

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