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Chi mangi oggi? A Torino è mistero sulla campagna choc

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Chi mangi oggi? A Torino è mistero sulla campagna choc ultima modifica: 2013-03-27T15:15:26+00:00 da eleonora anello
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Si avvicina la Pasqua e i banchetti a base di agnello. Come ogni anno, si moltiplicano gli appelli di vegani e vegetariani in difesa degli animali in tenera età. E come spesso accade per veicolare questi messaggi si scelgono immagini forti, choc, che sono per chi le guarda come uno schiaffo mentre si gira per la propria città e talvolta – come in questo caso – vengono misteriosamente coperte con fogli bianchi.

La campagna che ha suscitato un certo sgomento nell’opinione pubblica è “Chi mangi oggi?” promossa dall’associazione di volontariato Campagne per gli animali, a cui partecipano a titolo gratuito professionisti della comunicazione. Il messaggio è “Gli animali non sono cose. Quando li mangi o li sfrutti, mangi qualcuno. Non qualcosa. Diventa vegan”.

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L’azione ha coinvolto Torino, Pordenone e Grosseto e si basa sull’affissione di mega cartelloni in cui campeggia l’immagine di un bambino a pezzi, in realtà un bambolotto, racchiuso nella confezione comunemente usata nei supermercati per la vendita della carne. Sopra l’immagine a caratteri cubitali compare la provocatoria domanda “Chi mangi oggi?”.

Inutile dire che la campagna ha suscitato un coro di forti critiche. Paragonare un bambino, seppur un feticcio, a un cucciolo per molti è inaccettabile. A interrompere l’azione a Grosseto è intervenuto lo IAP (Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria), l’istituto privato a cui i cittadini si possono rivolgere quando ritengono che una pubblicità sia lesiva nei confronti della persona. A Torino invece si infittisce il mistero. Ufficialmente non sono giunte critiche, eppure la campagna è stata oscurata. Secondo quanto ci ha comunicato il Comune, l’amministrazione non ha ricevuto nessuna segnalazione e non ha potuto neanche intervenire in quanto una volta approvata l’affissione e riscosso i tributi, giuridicamente non lo può fare. E allora perché alcuni cartelloni sono stati coperti? Non è la prima volta che succede. L’assessorato competente precisa che è successo anche con Michael Jackson – The Immortal World Tour e con la mostra The Human Body Exhibition. Qualcuno si è quindi preso la briga di coprire con tanti piccoli fogli di carta bianca questi cartelloni in diversi punti della città. Pare che nessuno abbia visto nulla. Coprire un manifesto così grande e posto così in alto non è certo un gioco da ragazzi. È necessaria l’attrezzatura. Per questo pensiamo che, siccome tra le varie campagne censurate non vediamo connessioni, è probabile che si tratti di qualche ditta specializzata che ha perso l’appalto.

Ritornando al significato e agli effetti della campagna, pensiamo che i vegani non tengano nella giusta considerazione le convinzioni degli onnivori. L’equivalenza che sottostà alla loro campagna, ovvero mangiare un agnello è come mangiarne un bambino, non vale per tutti. Anzi, la maggior parte delle persone è ripugnata solo all’idea. La campagna pubblicitaria che vuole indurre alla riflessione è riuscita a centrare l’obiettivo? Riesce a passare un messaggio di sensibilizzazione?

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Il bambolotto protagonista della campagna ricomposto

 

Secondo noi no. I vegani per farsi sentire ed emergere dalla giungla di messaggi in cui stiamo costantemente immersi, prediligono spesso choccare i propri destinatari. Troppo. Chi si occupa di comunicazione sa che quando si supera una certa soglia si ottiene l’effetto contrario. È più ipotizzabile una chiusura in chi riceve questo tipo di messaggi e una conseguente percezione della dicotomia noi/loro dove il “noi” sono coloro che mangiano anche carne e il “loro” è formato da chi ha escluso la carne e in alcuni casi anche i derivati dalla propria dieta. Più facile percepire coloro che equiparano un cucciolo a un bambino come “diversi” o “strani” scatenando quel meccanismo sociale inconscio nel quale diventa davvero difficile comprendere le ragioni dell’altro. Se è vero che per alcuni (una fetta sempre più ampia della popolazione) vedere il banco macelleria al supermercato provoca fastidio o disgusto, per molti altri invece uno spot con una sanguinolenta bistecca sulla brace è attraente. Quello del cartellone pubblicitario apparso e poi coperto è un esempio di questo relativismo culturale.

C’è però anche chi ha un parere opposto e crede che questo tipo di campagne siano adatte e sortiscano gli effetti che ci si prefigge pianificandole. Per questo abbiamo raccolto anche il pensiero di un vegano: «Se ci fosse stato un vitello, nessuno si sarebbe scandalizzato. Ogni anno milioni di vitelli, agnelli, pulcini, ecc. vengono maltratti e uccisi come nulla fosse dietro le quattro pareti di un macello, senza che nessuno possa vedere e sentire quello che accade. È giusto secondo voi vivere in una realtà ovattata, all’oscuro della violenza che nasconde il mondo dell’industria animale? Io personalmente fino a prima di diventare vegano ignoravo cosa ci fosse dietro un pezzo di carne. Mangiavo e basta. Poi ho realizzato di cosa mi rendevo partecipe. Quel pezzo di carne era un essere vivente, dotato di sentimenti e intelligenza, costretto a una vita così infernale tanto che la morte diventa una liberazione. Succedesse a noi? Queste campagne servono a questo. Ad aprire gli occhi. Immedesimiamoci in queste creature schiave della nostra avida fame e non scandalizziamoci per un bambolotto, piuttosto opponiamoci contro l’industria animale, e se proprio non si può fare a meno della carne, che almeno gli animali vengano trattati con dignità e che non si ecceda con il consumo di questa. C’è gente che mangia carne tutti i giorni per il gusto di farlo. Consideriamo anche gli ingenti scarti buttati nella pattumiera, lo si fa con una tale leggerezza che a me da fastidio, perché bisogna portare rispetto per gli animali uccisi, spesso per niente».

Ma ecco cosa pensano gli organizzatori. «I mega-cartelloni […] hanno sortito l’effetto desiderato, ossia far riflettere e discutere le persone. Il nostro intento come ideatori della pubblicità “Chi mangi oggi?” era esattamente questo. Riteniamo interessante dal punto di vista antropologico evidenziare che la fotografia di un bambolotto rappresentante le fattezze di un bambino umano smembrato e impacchettato, suscita generalmente indignazione e disgusto, mentre le continue e quotidiane pubblicità raffiguranti i corpi degli animali non umani smembrati e impacchettati in varie modalità non provocano lo stesso disgusto, anzi al contrario paiono universalmente accettate. La cultura della nostra società antropocentrica ci abitua alla visione di violenze e crudeltà nei confronti di esseri senzienti che vengono schiavizzati, torturati e uccisi con il benestare del comune sentire, solo perché non appartenenti della nostra specie. […] L’affetto materno e il sentimento che lo genera non conoscono confini di specie. Ciò però viene del tutto negato in nome della superiorità della specie umana, che si arroga il diritto di disporre a proprio piacere di ogni essere senziente e del pianeta.»

Rimangono delle questioni irrisolte. La censura di una prospettiva diversa dalla più diffusa è la risposta giusta a questo tipo di azioni o risulta un precedente pericoloso? Infine, dopo questa campagna, in quanti sono diventati vegani?

Con la collaborazione di Marianna Sansone

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Vive a Torino. E' giornalista pubblicista, laureata in scienze della comunicazione. Vegetariana ed ecologista, è appassionata di ambiente e di come viene comunicato. Ama il sole e non potrebbe fare a meno del mare. Si sente la paladina dell'ambiente. Per fortuna nella vita privata è mamma di due splendide bimbe che la portano con i piedi per terra. Odia parlare in pubblico e per questo... scrive.

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